martedì 14 febbraio 2017

Terremoto: no alle divisioni politiche. Il “nemico” è altrove



Non sono un terremotato. Fortunatamente per me vivo abbastanza lontano dalle zone più colpite dal sisma da averlo vissuto senza aver subito danni diretti. Amo la mia terra, soffro nel vederla ferita, sento molti dei luoghi massacrati dalla furia della natura come se fossero la mia seconda casa, ma ho un punto di vista comunque distaccato, di chi non è coinvolto direttamente. Forse questo può darmi un minimo di obiettività in più, sempre che l’obiettività possa esistere quando l’emozione è così forte e la rabbia sale. Forse questo può dare al mio punto di vista un’angolazione differente rispetto a chi ha mani e scarpe sporche del fango e della polvere delle rovine, a chi si sta spaccando quotidianamente la schiena per riportare – cercare di riportare – le cose alla normalità.
Per questo, frequentando numerosi luoghi virtuali di discussione tra persone coinvolte in maniera diretta, non posso non notare come si stia passando dall’unione di animi e intenti del primo momento, probabilmente spinta dall’emergenza e dall’emotività a essa legata, al ritorno delle divisioni che sono naturalmente insite in ogni comunità cittadina. È logico e naturale che in un paese, in una comunità, vi siano differenti punti di vista anche distanti, così come è logico che ognuno cerchi di difendere il proprio, reputandolo migliore. Ma occorre stare attenti, perché la normale dialettica politica, in questa fase, potrebbe rivelarsi insidiosa.
La discussione, il dibattito anche acceso, è sempre un fatto positivo quando è evidente la costruttività dell’intento. Ma sappiamo bene che la politica è tesa al bene della collettività solo in un mondo ideale, mentre nel nostro mondo, che tutto è meno che ideale, spesso ci sono interessi ben diversi da quello comune. Quello che noto, purtroppo, in certi scambi di opinioni nelle piazze virtuali del social network, è che stanno tornando gli interessi politici, stavolta intendendo la politica nell’accezione negativa del termine. Userei preferibilmente il termine partitico, se non altro per semplificare.
Attenzione, perché in questa fase non ci dovrebbe essere spazio per chi tira l’acqua al proprio mulino, non ci dovrebbe essere spazio per la ricerca di consenso o per ridurre il consenso altrui. Se nel dibattito politico, in una situazione di normalità, il gioco delle parti prevede anche atteggiamenti demolitivi verso l’avversario, ora bisogna alzare il tiro e puntare a obiettivi molto più alti. Soprattutto bisogna pensare al bene comune, a null’altro che a quello.
Perché il nemico non è più quello della parte avversa, ora il nemico è altrove. Si chiama pressappochismo, inadeguatezza, incompetenza. Si chiama disonestà. Tutto questo non è nelle città terremotate, è altrove, più lontano, più in alto. Nelle città terremotate c’è solo chi lavora, magari a volte sbagliando, magari prendendo scelte che non sono le migliori. Serve dialettica, serve dibattere, ma non serve il tranello politico o l’ostracismo di partito. Tutto questo va lasciato eventualmente per dopo, quando le cose torneranno normali. Ora bisogna farcele tornare, lavorando insieme.
                                      
Luca Craia

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