lunedì 27 marzo 2017

Massacro di Alatri. Società senza redenzione, uomini senza diritto di salvezza.



A me fa paura. Oltre che rabbia, naturalmente, e un senso di impotenza, frustrazione. Stanno saltando i miei principi, quelli che credono (forse credevano) nella bontà di fondo dell’essere umano, della sacralità della vita. Sta saltando o, quantomeno, sto mettendo in discussione la convinzione che un essere umano non ha diritto a mettere fine alla vita di un altro essere umano. Scrivo con l’animo tremante, perché di questo sono sempre stato convinto, ma quando apprendo di un branco di giovani che è capace di massacrare di botte fino a ucciderlo un altro giovane, non so più se sono convinto che l’essere umano sia fondamentalmente buono, che abbia sempre diritto all’occasione di redimersi. Non vedo possibilità di redenzione per un uomo che divelle il palo di un segnale stradale e lo usa per fracassare il cranio di un uomo. Come può un uomo capace di tanto redimersi?
Il livello della violenza sociale è cresciuto a dismisura, non c’è più limite, si va avanti a oltranza verso l’orrore. Non esiste alcuna giustificazione, nessuna motivazione valida che possa spiegare quanto accaduto. Né si può parlare di ragione ottenebrata da sostanze, perché chi le assume sa che effetto fanno. Eppure il giudice indaga per omicidio preterintenzionale, come se un uomo che colpisca la testa di un altro uomo con una sbarra di ferro non sappia che lo sta uccidendo. E questa è un’altra faccia dello stesso problema: la società non è in grado di condannare, di punire, di dare l’esempio educativo per chiarire che certi comportamenti non sono umani, non possono essere considerati umani, che l’uomo, quindi li aborre e che chi li usa è condannato senza attenuanti. Invece si cerca la giustificazione, l’attenuante, in una smania di umanizzazione si estremizza il concetto di recupero sociale laddove questo recupero non ha più senso, non è più accettabile, perché la società deve potersi difendere e chi è chiamato a farlo non lo fa.
C’è una violenza inaudita nella società di questi anni ’10. Una violenza che pare metta radice in una convinzione di impunità parzialmente suffragata dai fatti, che prende spunto dalla virtualizzazione della vita reale e fa pensare che ogni errore, anche il più grave, possa essere cancellato con un click, possa essere corretto con un menu a tendina, con un comando informatico. La stessa violenza, che nel mondo virtuale dei social network, dove oggi tutti, chi più chi meno, passiamo parte della nostra esistenza, si limita a essere verbale, trasmigra nel mondo reale senza più filtri, senza inibizioni. E, se nel mondo virtuale essa può far male ma nuocere fisicamente solo in casi estremi, in quello reale nuoce sempre, a volte uccide.
Punire i responsabili di questo gesto mostruoso è un preciso dovere della nostra società. La punizione deve essere esemplare, deve avere funzione educativa non per i colpevoli ma per chi volesse emularli. Questo è quello che ci si aspetterebbe. Bisogna riaccendere i freni inibitori, bisogna cancellare il messaggio che tutto è consentito, tutto è rimediabile. Non è consentito uccidere. Non è consentito sballarsi fino a perdere il senso del giusto, non è consentito smarrire la propria capacità di autocontrollo. Questa violenza deve finire e per questo servono regole chiare, dure, inflessibili.
                                      
Luca Craia

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