sabato 18 marzo 2017

Quando la socialità si svolge al centro commerciale



Credo che si sia rotto qualcosa, nei cervelli, nell’anima. Si è rotto qualcosa in coloro che muovono le fila della società inviandoci messaggi condizionanti attraverso i mezzi di comunicazione, in coloro che dettano i nostri stili di vita, che modificano le nostre abitudini. Il consumismo ha sempre puntato a condizionare le masse in funzione del profitto, ma ora questo condizionamento ha superato il limite puntando dritto verso un processo autodistruttivo.
Catastrofismo? Forse, ma quando vediamo che la notizia del giorno è Al Bano, abituato a riempire teatri immensi con folle sterminate, che va a fare una comparsata al centro commerciale, cadono le braccia. Un po’ per Al Bano, intendiamoci, che sta rapidamente facendo declinare la propria millenaria carriera, soprattutto per noi. Peggio è stato leggerne un’altra, di notizia, pochi giorni fa: tutti felici perché, presso lo stesso centro commerciale, aprirà un famoso negozio di articoli sportivi che sicuramente attrarrà grande pubblico. Pure il Sindaco del paese che ospita la struttura era soddisfattissimo, noncurante del centro città che si svuota sempre di più, dei negozi vuoti, degli esercenti tradizionali preoccupati.
La lotta tra centri commerciali è all’ultimo sangue. È una gara a inventarsi eventi e attrazioni per portare sempre più gente dentro i loro scatoloni pieni di musica, luci e di nulla. Investono un sacco di soldi, troppi se ci pensiamo, persino a fronte di chissà quali guadagni. Costruiscono mostri di cemento armato e, dopo pochi anni, li abbandonano per farne di nuovi, più grossi, più vuoti. E la gente accorre, lunghe file di macchine nei fine settimana sulle strade che portano verso questi paesi dei balocchi collodiani, pecore transumanti condotte da abili pastori.
Il centro commerciale è un cancro che uccide la nostra società. Svuota i paesi, annichilisce la gente, annulla l’incontro, lo scambio, sostituisce tutto con un surrogato di socialità imbambolata da luci e suoni sapientemente dosati per stordire e far comprare. Distrugge la vita sociale, desertifica le città. Schiavizza chi ci lavora, fa diventare tutti i giorni uguali, feste, lunedì, notte e giorno. Cinema, ristorante, passeggio, è tutto dentro una scatola, tutto finto, tutto di plastica.
E noi siamo disarmati, dobbiamo adeguarci. Dobbiamo arrenderci, quando nemmeno chi amministra le città si rende conto che, facendo nascere questi bubboni purulenti sui propri territori, condanna a morte la nostra civiltà, lascia che il mostro in cui si è trasformato il consumismo la fagociti. E tutto questo per pochi miserabili spiccioli, perché il grosso naviga altrove.
                                      
Luca Craia

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