lunedì 22 maggio 2017

Il terremoto e il regime. Quando l’appartenenza politica o il servilismo per i potenti supera la catastrofe.



C’è un fattore da non sottovalutare nel periodo del post terremoto, in questo lasso di tempo in cui sembra essere piombati in un limbo che svuota le speranze e annichilisce le iniziative: è il fattore regime. Ha molte sfaccettature, il fattore regime; si parte da chi non vuole inimicarsi nessuno e si muove, magari denuncia disservizi, situazioni, ritardi, ma lo fa senza sbilanciarsi, col classico “non voglio dare la colpa a nessuno” mentre le colpe ci sono, sono evidenti, anche i colpevoli lo sono e chi ha le responsabilità se le deve assumere, altrimenti, in un contesto di impunità, anche solo morale, ognuno si può sentire libero di fare o non fare a piacimento. Chi ha delle responsabilità ne deve rispondere. È un atteggiamento adottato generalmente in buona fede ma fa parte del costume italico che, nei secoli, ha caratterizzato il nostro Popolo come uno dei più proni al potere della storia.
Poi c’è lo schierato politicamente. Quello che difende il partito a spada tratta, pure contro l’evidenza più evidente, e per farlo è pronto alla pugna, si immola sul campo di battaglia rischiando persino denunce e querele. Il soggetto schierato guarda il dito e non la luna, e lo fa, in questo caso, in totale e palese malafede. È facile da smascherare ma è irritante, vien voglia di cattiveria, di fronte a questi soggetti che, di fronte a uno sfacelo totale come quello provocato dal terremoto e dall’immobilismo che ne è seguito, vedono solo la difesa politica della propria parte. Ignobili.
Poi ci sono i servi del potere, quelli che dovrebbero, per missione, per deontologia, per coscienza fornire il servizio più imparziale e distaccato, analizzando la realtà per quella che è. Organi di informazione che, invece di evidenziare la situazione reale, per esempio partono in tromba per fare servizi fotografici sulla presenza dello Stato Maggiore PD, senza magliette gialle ma in giacca e cravatta, nel cratere a far finta di interessarsi dei terremotati, dimentichi che la governo ci sono loro sia a Roma che ad Ancona. E c’è pure il comico di moda, in realtà molto bravo, che però non esita a prestarsi, spero almeno gratuitamente, a questo bello spottone politico.
In mezzo a tutto questo sventolar di bandiere c’è la gente che non sa più che fare, bombardata da un’informazione manipolata, annichilita dai difensori locali. E la protesta non sale, non parte, rimane ferma a sporadiche iniziative scoordinate. Perché qui ci vorrebbe davvero una protesta seria, arrabbiata, un grido di dolore ma anche di orgoglio da parte del popolo dimenticato e maltrattato, oltretutto utilizzato da sfondo per i selfie. In un altro Paese la gente avrebbe già smontato i palazzi del potere mattone dopo mattone. Qua, invece, stiamo a litigare tra chi si indigna e chi sputa sentenze sull’indignato. E il regime si frega le mani.

Luca Craia

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