giovedì 8 giugno 2017

Il Comitato 5 Luglio non si ferma. Sbagliano tutti tranne che loro, giudici compresi.



Il Comitato 5 Luglio, nato lo scorso anno dopo i brutti fatti di Fermo in cui perse la vita un uomo in una lite a sfondo razzista, è una delle diverse figure che, grazie all’accaduto, ha creato o ha cercato di crearsi o incrementare una visibilità inaspettata. A parte don Vinicio, che è stato il primo e il più bravo a cavalcare l’onda e ad approfittare della situazione noncurante di Fermo e dei Fermani, della loro reputazione e della loro moralità, il Comitato 5 Luglio si è posto, in maniera del tutto illogica, a difesa di non si sa quali diritti calpestati fin da subito, scrivendo comunicati, organizzando manifestazioni per pochi intimi, menando fendenti verbali a destra e manca con una violenza, per fortuna soltanto verbale, stupefacente per dei sedicenti pacifisti tolleranti progressisti.
Il gran baccano suscitato dal Comitato, che fa eco a quello più forte di don Vinicio che, però, nel frattempo si è acquietato, forse vedendo il pessimo risultato della sua politica, almeno a livello mediatico, non è suffragato dai fatti. I nostri progressisti integralisti, infatti, fondano tutto il loro arrabattarsi per farsi spazio sui giornali sulla questione del razzismo di cui Fermo e i Fermani sarebbero accusati. Se non che, il razzismo, seppure sia presente in questa vicenda, è solo quello del colpevole Mancini, un razzismo di basso livello, da bettola, senza alcun supporto ideologico e senza nessuna radicalizzazione. Punito Mancini, la questione dovrebbe essere risolta.
Invece no. Tornano alla carica, a quasi un anno di distanza, con il tentativo di organizzare una giornata a ricordo del fattaccio. Fin qui ci starebbe pure, alla fine ricordare un brutto episodio può anche giovare e contribuire a impedirne il ripetersi. Ma la reiterazione delle accuse di razzismo verso Fermo lascia di stucco: “vogliamo che Fermo torni ad esprimere il suo carattere dialogante ed aperto” dicono nel testo che accompagna un documento programmatico per la manifestazione. E la domanda che viene da sé è: quando lo avrebbe perso, Fermo, il suo carattere dialogante e aperto?
Poi il documento, in più parti stupefacente. La figura del richiedente asilo sarebbe stata “vilipesa da una ignobile campagna xenofoba”. E da chi? Dai Fermani? L’unica campagna che io ricordi era proprio quella a senso unico e priva di ogni ragione di esistere che accusava Fermo di razzismo, cosa del tutto inventata a proprio uso e consumo.  
Poi l’accusa ai giudici, con un esito processuale che sarebbe stato “l’espressione di quello spirito di ‘riconciliazione’ la cui oggettiva ambiguità non ha aiutato a fare i conti con la gravità di quanto successo e con le sue cause profonde”, come sei i giudici dovessero giudicare non sulla base della giurisprudenza e delle prove specifiche ma ragionando su opportunità politiche e ideologiche. Una grave accusa a un potere dello Stato fatta da personaggi che si definiscono democratici.
Siamo tutti colpevoli, secondo il Comitato, perché succubi della” prepotente diffusione di politiche reazionarie e di ossessioni identitarie, l’imbarbarimento etico che alimenta la “zona grigia” di una società sempre più indifferente alla sorte di milioni di persone”. Accuse generalizzate, immotivate e ingiuste. Cosa vogliono questi personaggi?
Io ho provato a ragionarci, a capire il loro pensiero e a illustrare il mio. Sono stato minacciato di querela e cacciato dalla conversazione virtuale sul profilo Facebook di un noto esponente Fermano. La democrazia non è il punto forte di questi sedicenti democratici, così come il garantismo funziona solo quando a essere garantito c’è qualcuno che sia di loro gradimento. Mancini, per esempio, garanzie non ne meriterebbe. Tanto meno i Fermani.

Luca Craia

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