sabato 17 giugno 2017

Il terremoto e il bavaglio: sulla stampa solo concerti e solidarietà, di ricostruzione non si parla.



Cosa fa, normalmente, un regime? Probabilmente la cosa più importante è controllare l’informazione. Ricordo i golpe in America Latina, tanto per fare un esempio, dove la prima cosa, oltre che occupare il parlamento, era di prendere il controllo di radio e televisione. I regimi moderni, che prendono il potere senza sparare un colpo di pistola, magari mettendo qualche bomba in giro – ma questo è un altro discorso – occupano l’informazione piazzandoci gradualmente i propri uomini e manipolando abilmente le notizie, senza utilizzare i metodi ridondanti dei tempi antichi.
Se esiste una strategia di desertificazione delle zone montane delle regioni colpite dal terremoto, ipotesi sempre meno peregrina, essa ha necessità di essere supportata da una buona campagna di informazione che faccia trapelare solo quanto sia necessario che trapeli. E questo, a un occhio attento, non sfugge seguendo il flusso di notizie che arrivano in questo periodo pseudo post emergenziale.
In effetti, a leggere giornali e a guardare la televisione, sembra quasi che si stia risolvendo tutto e che siamo nella fase di recupero sociale ed economico. Chi è stato nelle zone terremotate sa quanto questo sia totalmente lontano dalla realtà, ma la manipolazione dell’informazione e tanto efficace da convincere addirittura chi ne è coinvolto direttamente. Siamo bombardati da notizie su lodevoli iniziative solidali, gesti di altruismo, raccolte fondi, regali che giungono da mezzo mondo. Pagine e pagine parlano di concerti ed eventi per promuovere un territorio massacrato dalla furia della natura. Ma non si parla di macerie da rimuovere che stanno ferme da mesi e nessuno le tocca. Non si parla di una viabilità compromessa e lasciata così, ad impedire ogni velleità di rinascita per le attività economiche e turistiche. Non si parla di beni culturali da mettere in sicurezza, di migliaia di opere d’arte chiuse negli armadi dei depositi che non si sa quando verranno ritirate fuori.
Non si parla più nemmeno degli sfollati, che sembrano svaniti nel nulla. Non si parla degli allevamenti, dell’agricoltura ferma, delle fabbriche che non possono riaprire. Non si parla dei suicidi, della depressione, della disperazione di chi ha visto stravolgere la sua vita e non vede nulla per poter recuperare, ripartire, avere un futuro almeno alternativo.
C’è qualche giornalista coraggioso, a livello locale, che tenta di portare alla luce i problemi che ancora stanno tutti lì, in attesa di soluzioni mentre se ne creano di nuovi a causa dell’inerzia e dell’evidente volontà di non fare nulla. E questi giornalisti coraggiosi vengono addirittura accusati di sciacallaggio, di cercare sensazionalismo per vendere qualche copia in più. I blogger, come me, seguono la stessa sorte. Solo ieri uno dei tanti grandi sacerdoti della nuova cultura di regime mi accusava, al solo scopo di delegittimare quello che scrivo, di fare un blog commerciale perché utilizzi due banner di Google che fruttano poche decine di Euro per coprire sì e no un terzo delle spese.
Però ci sono i concerti di Marcorè. E un terremotato mi ha detto, lasciandomi senza parole: “mica ci vorrai togliere pure questo piacere?”. Non sia mai, ma mi pare che la ricerca del rispetto per i propri diritti e del dovuto sostegno per avere di nuovo un futuro sia prioritaria. Solo che l’informazione di regime funziona talmente bene che lo sta facendo dimenticare. A tutti.

Luca Craia

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