martedì 1 agosto 2017

Giovani, sballo, morte, responsabilità. La civiltà dello sballo non vuole colpe.



Di chi è la colpa della morte di una ragazza di sedici anni, uccisa da una pasticca di exstasy? Sua, diranno in molti, e non a torto, perché a sedici anni dovresti essere cosciente di quello che stai facendo. Degli amici maggiorenni che glie l’hanno data, dice la nostra società, trovando così il colpevole più facile. Dello Stato che non legalizza le droghe, dicono gli intellettuali di sinistra, pensando che sostituire lo Stato alla mafia possa cambiare qualche cosa, quando lo Stato e la mafia sono già interconnessi.
Io credo che sia impossibile dare una colpa, se non al pusher e a chi produce questa roba. Oppure bisogna ragionare in termini molto ampli, partendo dalle famiglie per arrivare alla cultura della nostra epoca. Le famiglie giocano un ruolo fondamentale nell’educazione dei giovani e dovrebbero inculcare nei propri figli la repulsione per le sostanze che fanno perdere il controllo. Ma la cultura della nostra epoca, una cultura che parte dai lontani anni ’60 e da una generazione che ha fatto della droga una bandiera e dei paradisi artificiali una filosofia, ha assimilato lo sballo come una parte normale dell’esistenza. Questa normalità supera la norma e la legge ed è diventata parte integrante del pensare nostro e dei nostri figli.
Ecco allora il collegamento tra una pasticca assassina e lo spinello o, se vogliamo, l’alcool stesso. Ritiri di patenti, minacce di condanne esemplari per chi guida sotto l’effetto di sostanze sono provvedimenti che suonano vuoti e ipocriti fin quando ci sarà l’accettazione di fatto che lo sballo è parte integrante della vita, e l’unica cosa da evitare è guidare se si sta via di testa. Ma andare via di testa è normale, più che tollerabile, legalizzabile.
Ma serve un colpevole, il colpevole serve sempre. Ed ecco che, a pagare, saranno i compagni di giochi proibiti della vittima, due ragazzi la cui colpa principale è quella di essere maggiorenni più che di aver usato sostanze illegali. Ma di caccia al pusher non si parla. Di caccia all’organizzazione che sta dietro al pusher nemmeno. Di ragionare sul mondo della notte, del divertimento a ogni costo, del fare l’alba per forza aiutandosi con l’assunzione di chissà cosa, non ci passa manco per la testa. E chi lo fa è un bacchettone, uno che rema contro, un frustrato. Ecco, forse colpevoli lo siamo un po’ tutti.

Luca Craia

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